lunedì 26 settembre 2016

Licenziamento collettivo: valido l'unico criterio di scelta basato sull'età del lavoratore

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Il caso

Un'azienda annuncia degli esuberi e per questo avvia una procedura di licenziamento collettivo.

Nell'ambito della stessa, l'azienda concorda con il sindacato un unico criterio di scelta dei lavoratori da licenziare, basato sull'età anagrafica e quindi sulla vicinanza al pensionamento.

Dopo di che intima i licenziamenti.

Un dipendente però impugna il suo licenziamento in quanto ritiene che fissare un unico criterio di scelta, per di più basato sull'età anagrafica, renda il recesso discriminatorio e quindi nullo.

Dopo vari gradi di giudizio la questione viene esaminata dalla Cassazione, la quale dà ragione all'azienda.

La motivazione

La legge prevede che la procedura di licenziamento collettivo debba rispettare il principio di razionalità.

Per questo motivo i criteri di scelta devono essere obiettivi e generali.

Nella fattispecie, fissare un unico criterio di scelta basato sull'età anagrafica del lavoratore toglie ogni discrezionalità all'azienda, in quanto consente di formare delle graduatorie rigide, basate su parametri certi.

Il criterio unico basato sull'età, quindi, non è discriminatorio.

In più va detto che attraverso questo criterio si arreca il minor danno possibile ai lavoratori licenziati, in quanto prossimi al pensionamento.

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Avv. Francesco Barletta
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lunedì 19 settembre 2016

Illegittimo il licenziamento per assenza ingiustificata se il lavoratore è stato privato delle mansioni

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Il caso

Un lavoratore viene privato delle sue mansioni.

Per tale motivo si assenta e rimane lontano dal posto di lavoro oltre il periodo massimo previsto dal contratto collettivo applicabile.

L'azienda si vede quindi costretta a licenziarlo (c.d. licenziamento disciplinare).

Senonché il provvedimento viene impugnato dal dipendente.

Mentre nel primo grado di giudizio il Tribunale respinge il ricorso, in secondo grado invece la Corte d'Appello dichiara illegittimo il licenziamento e tale decisione viene confermata in Cassazione.

La motivazione

L'azienda si era difesa sostenendo che l'assenza configurava un inadempimento contrattuale.

Secondo la Cassazione invece il dipendente era inattivo, per cui la sua presenza era indifferente.

In altre parole, l'inoperosità forzata non consente di qualificare l'assenza come inadempimento.

Il licenziamento è quindi sproporzionato.

Vedi anche:



Avv. Francesco Barletta
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lunedì 12 settembre 2016

Illegittimo il licenziamento del lavoratore in malattia perché caduto in servizio



Il caso

Un dipendente comunale sale su una scala per prendere alcune pratiche da uno scaffale.

La scala però si rompe ed il lavoratore cade procurandosi lesioni.

Inizia così un lungo periodo di malattia e, dopo vari mesi, il dipendente supera anche il periodo di comporto, cioè il tempo massimo entro il quale il lavoratore può rimanere in convalescenza senza rischiare di essere licenziato.

Per tale ragione il Comune lo licenzia.

Il dipendente però impugna il licenziamento, sostenendo di essere in malattia a causa di un infortunio sul lavoro, e quindi di poter rimanere in convalescenza anche oltre il periodo di comporto.

Nel secondo grado di giudizio la Corte d'Appello dà ragione al lavoratore, ritenendo che lo stesso possa conservare il posto fino alla guarigione; del resto alcuni testimoni hanno dichiarato che l'infortunio è avvenuto proprio in occasione dell'attività lavorativa.

Non è tuttavia d'accordo il Comune, il quale propone ricorso per cassazione.

Senonché anche la Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del licenziamento.

La motivazione

Secondo la Cassazione, salire su una scala per prendere alcune pratiche dallo scaffale deve considerarsi “occasione di lavoro”.

Trattasi infatti di attività prodromica allo svolgimento delle mansioni.

Per tale ragione il dipendente può rimanere in malattia anche oltre il periodo di comporto, senza rischiare di essere licenziato.


Avv. Francesco Barletta
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lunedì 5 settembre 2016

Licenziamento illegittimo e ordine di reintegrazione: il rapporto di lavoro cessa con la scelta per l'indennità sostitutiva


Un lavoratore licenziato si rivolge al giudice.

Il licenziamento è dichiarato illegittimo e viene quindi ordinata la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro.

Il lavoratore, tuttavia, rinuncia alla reintegrazione in cambio dell'indennità sostitutiva, pari a 15 mensilità.

L'azienda però ritarda il pagamento, per cui il dipendente la convoca nuovamente in giudizio per ottenere, in aggiunta alle 15 mensilità, anche le retribuzioni maturate dal momento in cui ha scelto l'indennità fino all'effettivo pagamento.

Nel secondo grado di giudizio la Corte d'Appello accoglie la domanda del lavoratore.

Secondo la Corte, infatti, il rapporto di lavoro non si estingue nel momento della scelta per l'indennità sostituiva, ma solo con il pagamento effettivo dell'indennità stessa, per cui risultano dovute anche le mensilità maturate successivamente alla scelta (fino all'effettivo pagamento).

Non è tuttavia d'accordo l'azienda, la quale propone ricorso per cassazione sostenendo che il rapporto di lavoro si estingue con la scelta per l'indennità e che, successivamente a tale momento, il dipendente non ha diritto ad alcuna mensilità, venendo a mancare qualsiasi prestazione lavorativa.

La Corte di Cassazione accoglie le tesi dell'azienda, aggiungendo che nel periodo successivo alla scelta non è dovuta alcuna retribuzione in quanto la prestazione lavorativa non è dovuta dal dipendente, né può essere pretesa dal datore.


Avv. Francesco Barletta
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