giovedì 28 gennaio 2016

Il licenziamento disciplinare del dirigente

Vedi anche:


Licenziamento disciplinare del dirigente:

  • Vale il principio della tempestività e dell'immediatezza della contestazione disciplinare?
  • Vale il principio della specificità ed immutabilità della contestazione disciplinare?
  • Cosa deve contenere la contestazione disciplinare?
  • Dopo quanto tempo deve essere contestato l'addebito disciplinare?
  • Nella contestazione disciplinare può farsi riferimento ad una precedente comunicazione al lavoratore?
  • Se l'addebito riguarda comportamenti omissivi del dirigente, cosa va indicato nella contestazione?
  • Il datore può fondare il licenziamento su fatti diversi rispetto a quelli che hanno già formato oggetto della contestazione disciplinare?

Tutto questo, ed anche altro, viene esaminato nella guida:


la quale ha lo scopo di seguire le parti (datore di lavoro e dirigente del settore privato) nella gestione della fase terminale del rapporto di lavoro.

Per quanto concerne il licenziamento del dirigente pubblico, si veda invece la guida:


Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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lunedì 25 gennaio 2016

L'assenza ingiustificata non può essere equiparata alla volontà del lavoratore di rassegnare le proprie dimissioni


La vicenda

Un lavoratore contrae una malattia e per questo si assenta dal lavoro per 10 giorni.

L'assenza però non viene giustificata, sicché l'azienda considera l'allontanamento senza spiegazioni come la volontà del lavoratore di rassegnare le proprie dimissioni (c.d. dimissioni implicite o per fatti concludenti):

Terminata la malattia il lavoratore pretende di ritornare al suo impiego, ma l'azienda glielo impedisce, sostenendo che si sono oramai perfezionate, sia pure implicitamente, le sue dimissioni.

Ne nasce un contenzioso che in primo grado vede prevalere l'azienda: il Tribunale, infatti, dichiara che l'assenza dal lavoro, se ingiustificata, può denotare la volontà del dipendente di rassegnare le sue dimissioni.

Il lavoratore però impugna la decisione e, alla fine, la questione giunge dinanzi alla Cassazione, la quale ribalta il provvedimento di primo grado.

La motivazione

Secondo la Cassazione, il comportamento tenuto dal lavoratore non può rivelare la sua intenzione di rassegnare le dimissioni, dal momento che queste ultime necessitano di una volontà chiara ed espressa della parte.

La cessazione del rapporto di lavoro, inoltre, può avvenire o per volontà espressa del lavoratore (mediante le dimissioni) o per effetto di una contestazione operata dal datore di lavoro (che sfocia nel licenziamento).

Terze vie non sono ammesse.

Nel caso di specie, comunque, è stato accertato che il dipendente aveva avvisato telefonicamente l'azienda riguardo alla sua malattia e che il datore, sia pur in assenza di un certificato medico, aveva applicato in busta paga la voce “aspettativa per malattia 50%”.

Ha sbagliato quindi il Tribunale che in primo grado non ha indagato la reale volontà del lavoratore.

Ma ha sbagliato anche l'azienda la quale avrebbe potuto semplicemente contestare l'assenza ingiustificata del dipendente e così addivenire ad un licenziamento disciplinare dello stesso.


Avv. Francesco Barletta
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giovedì 21 gennaio 2016

Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro e incentivo all'esodo

Vedi anche:


Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro:

  • Quali possibilità possono essere offerte al lavoratore?
  • Quanti tipi di incentivo all'esodo esistono?
  • Cosa può avere ad oggetto l'incentivo all'esodo?

E ancora, che rapporto c'è tra risoluzione consensuale del rapporto di lavoro e:

  • tasse da versare?
  • contributi previdenziali?
  • reddito del lavoratore?
  • acquisto di beni aziendali?
  • utilizzo di beni aziendali?

Tutto questo, ed anche altro, viene esaminato nella guida:


la quale ha lo scopo di seguire le parti (datore di lavoro e lavoratore) nella gestione della fase terminale del rapporto di lavoro.

Per quanto concerne le dimissioni incentivate, si veda invece la guida:


Avv. Francesco Barletta
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lunedì 18 gennaio 2016

Compatibilità tra nuova indennità di disoccupazione (NASPI) e svolgimento di attività lavorativa autonoma


La nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego (cosiddetta NASPI) è la nuova indennità mensile di disoccupazione che, a decorrere dal 1° maggio 2015, ha sostituito la mini ASPI e l'ASPI.

Al fine di incentivare l'auto – imprenditorialità, nell'ipotesi in cui il lavoratore che ha diritto a ricevere la NASPI voglia avviare un'attività di lavoro autonoma, o un'attività di impresa individuale, oppure associarsi ad una cooperativa, è prevista la possibilità di richiedere il pagamento anticipato, in un'unica soluzione, dell'importo NASPI cui il soggetto avrebbe avuto diritto e non ancora erogato.

Tale anticipo, però, non dà diritto ad ottenere anche l'assegno per il nucleo familiare.

La domanda deve essere presentata all'Inps in via telematica entro 30 giorni dall'inizio della nuova attività.

Qualora tuttavia il lavoratore, prima della scadenza del periodo per cui è riconosciuto l'anticipo, instauri un rapporto di lavoro subordinato, è tenuto alla restituzione dell'intero ammontare ricevuto.

Nell'ipotesi in cui invece il lavoratore già percepisce la NASPI ed intraprende un'attività lavorativa autonoma mediante la quale prevede di produrre un reddito minimo (cioè che consente di mantenere lo stato di disoccupazione), è prevista la semplice riduzione della prestazione (non quindi la decadenza dalla stessa), a patto che il lavoratore comunichi all'Inps, entro 30 giorni, il reddito annuo che prevede di percepire.

L'indennità qui viene ridotta di un importo pari all'80% del reddito previsto ed è comunque percepita fino al termine del periodo previsto per il godimento della prestazione o, se anteriore, fino alla fine dell'anno.


Avv. Francesco Barletta
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giovedì 14 gennaio 2016

Licenziamento collettivo per cessazione attività

Vedi anche:


  • Quando può parlarsi di licenziamento collettivo?
  • Come incide la cessazione di attività sul licenziamento collettivo?
  • Da cosa è determinata la cessazione di attività?
  • Si può parlare di licenziamento collettivo quando la cessazione dell'attività dipende da un fatto improvviso?
  • Si può parlare di licenziamento collettivo quando la cessazione dell'attività dipende da un evento naturale?
  • Quali sono gli steps che portano alla cessazione dell'attività?
  • La procedura di licenziamento collettivo può essere attivata dopo lo scioglimento della società?

Tutto questo, ed anche altro, viene esaminato nella guida:


la quale ha lo scopo di fungere da punto di riferimento per quanti, datori di lavoro o lavoratori, hanno la necessità di intimare un licenziamento collettivo o difendersi da esso.

In materia si vedano anche i seguenti e-books:



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lunedì 11 gennaio 2016

Il dipendente pubblico che svolge consulenza privata in ufficio può essere licenziato anche senza previa diffida

Vedi anche:


La vicenda

Un dipendente dell'Agenzia delle Entrate viene sorpreso a fornire consulenza fiscale privata in ufficio.

Secondo gli accertamenti, i clienti “serviti” sarebbero addirittura sedici.

Per tali motivi, l'Amministrazione decide di aprire un procedimento disciplinare a carico del lavoratore, il quale si conclude con il licenziamento per giusta causa dello stesso.

Il dipendente impugna la decisione sostenendo che il licenziamento non è stato preceduto dalla diffida ad interrompere l'attività di consulenza privata, e quindi sostanzialmente per un vizio di forma.

Senonché sia nel primo che nel secondo grado di giudizio i magistrati ritengono che il licenziamento sia legittimo.

Il lavoratore, allora, propone ricorso per cassazione, ma anche in questa sede si vede negare le proprie ragioni.

La motivazione

Secondo la Cassazione, l'omissione della diffida non impedisce l'esercizio del potere disciplinare da parte dell'Amministrazione.

In secondo luogo, il rilevante numero delle consulenze private denota la gravità del comportamento del dipendente, lede il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore, e quindi consente l'esercizio del potere disciplinare.

Nella fattispecie, inoltre, il dipendente era anche stato condannato per concussione, in quanto era stato sorpreso ad intascare somme di denaro al fine di fornire chiarimenti ed informazioni in merito ad una pratica.

Tutti questi elementi giustificano ampiamente il licenziamento.

Vedi anche:


Avv. Francesco Barletta
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giovedì 7 gennaio 2016

Dimissioni nel rapporto di lavoro e lettera di dimissioni

Vedi anche:


Che rapporto c'è tra dimissioni e:

  • retribuzione?
  • svolgimento dell'attività lavorativa?
  • condizioni di lavoro?
  • mansioni?
  • proprietà dell'azienda?
  • ragioni tecniche, organizzative e produttive?
  • rapporti con i superiori?
  • rapporti con i sottoposti?
  • contributi previdenziali?

Tutto questo, ed anche altro, viene esaminato nella guida:


la quale ha lo scopo di seguire passo passo il lavoratore nel raggiungimento del suo obiettivo: quello di dimettersi legittimamente e di far valere i suoi diritti in modo corretto.


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lunedì 4 gennaio 2016

Nuova indennità di disoccupazione (NASPI) – Calcolo, domanda, durata e decadenza


La nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego (cosiddetta NASPI) è la nuova indennità mensile di disoccupazione che, a decorrere dal 1° maggio 2015, ha sostituito la mini ASPI e l'ASPI.

Per calcolare l'importo della NASPI occorre prendere in considerazione la retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi 4 anni.

Tale retribuzione va poi divisa per il numero di settimane di contribuzione e quindi moltiplicata per il numero 4,33.

Se l'importo che viene ricavato è pari o inferiore nel 2015 a 1.195 euro, la NASPI sarà pari al 75% di tale importo; se invece è superiore, la NASPI sarà pari al 75% di 1.195 euro più il 25% della differenza tra 1.195 euro e l'importo maggiore ricavato, con un tetto massimo che non può comunque superare 1.300 euro mensili.

L'indennità, poi, si riduce di un 3% al mese a partire dal 4° mese di fruizione.

La NASPI viene corrisposta mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi 4 anni, con esclusione di quelle settimane di contribuzione che hanno già dato luogo all'erogazione di prestazioni di disoccupazione; per le disoccupazioni verificatesi a partire dal 1° gennaio 2017, la NASPI sarà corrisposta per un massimo di 78 settimane.

La domanda per godere dell'indennità deve essere presentata in via telematica all'Inps entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro e la prestazione spetta dall'8° giorno successivo all'interruzione del rapporto.

Il lavoratore beneficiario decade dalla fruizione della NASPI nel caso in cui:

  • perda lo stato di disoccupazione;
  • inizi a svolgere attività lavorativa autonoma, o una nuova attività lavorativa subordinata, senza comunicarlo all'Inps;
  • raggiunga i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato (cioè di anzianità);
  • acquisisca il diritto all'assegno di invalidità, a meno che il lavoratore non opti per la NASPI.


Avv. Francesco Barletta
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