lunedì 17 ottobre 2016

Malattia – Legittimo il licenziamento della lavoratrice rientrata in servizio dopo il superamento del periodo di comporto

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Una lavoratrice si ammala e per questo inizia ad assentarsi dal lavoro.

La malattia è però duratura, tanto da superare il periodo di comporto (nella fattispecie pari a 365 giorni), vale a dire il tempo massimo durante il quale il dipendente può rimanere in malattia senza correre il rischio di essere licenziato.

Dopo ben 448 giorni dall'inizio della malattia, la lavoratrice ritorna in servizio.

Senonché, passati 9 giorni dal rientro, l'azienda decide di licenziarla per superamento del periodo di comporto.

A questo punto la dipendente impugna il licenziamento.

Sostiene che il recesso intervenuto diverso tempo dopo il superamento del periodo di comporto denota la tolleranza dell'azienda verso il prolungamento della convalescenza e crea nella lavoratrice l'aspettativa di poter conservare il posto anche oltre i termini di durata massima della malattia.

L'aspettativa è confermata dal fatto che la lavoratrice, dopo aver superato il periodo di comporto, ha avuto alcuni colloqui con i responsabili aziendali, durante i quali ha ricevuto incoraggiamenti.

Non sono tuttavia d'accordo il Tribunale e la Corte d'Appello, i quali dichiarano la legittimità del licenziamento.

La Corte d'Appello, in particolare, evidenzia come l'attesa dell'azienda nell'intimare il licenziamento non costituisca rinuncia al diritto di recesso.

Successivamente la Cassazione, confermando tale orientamento, ha modo di soffermarsi sui colloqui intercorsi tra la lavoratrice ed i responsabili aziendali: le rassicurazioni ricevute costituiscono solo parole di incoraggiamento, pronunciate in un momento di difficoltà per la dipendente, ma non hanno alcuna valenza giuridica.

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Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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