lunedì 5 ottobre 2015

La risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con la lavoratrice in gravidanza andava convalidata anche precedentemente alla riforma Fornero


Qualche giorno dopo, però, la dipendente si accorge di essere in stato di gravidanza e che tale evento risale già alla data in cui è cessato il rapporto di lavoro.

Per tale motivo invia all'azienda il certificato medico di gravidanza, chiedendo che il suo rapporto di lavoro venga ripristinato e che le vengano pagate le mensilità che, a suo dire, sarebbero nel frattempo maturate.

L'azienda rifiuta tali richieste e la questione finisce in giudizio.

Senonché il Tribunale, in primo grado, respinge il ricorso della lavoratrice, la quale si vede quindi costretta ad impugnare la sentenza in grado di appello.

Questa volta la Corte di Appello, in accoglimento dell'impugnazione, condanna l'azienda a ripristinare il rapporto di lavoro con la dipendente ed a pagargli le retribuzioni maturate.

Secondo la Corte, infatti, in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro è applicabile lo stesso articolo di legge che, nel diverso caso di dimissioni, prevede la convalida delle stesse presso il servizio ispettivo del Ministero del Lavoro.

In mancanza di convalida della risoluzione, quindi, la lavoratrice avrebbe diritto ad ottenere il ripristino del rapporto di lavoro e le retribuzioni nel frattempo maturate.

A questo punto è l'azienda ad impugnare la sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che anteriormente alla riforma Fornero non era possibile equiparare i 2 casi (dimissioni e risoluzione consensuale) e che quindi per la risoluzione consensuale non sarebbe stata necessaria la convalida presso il Ministero.

Non è tuttavia d'accordo la Corte di Cassazione, secondo la quale le due fattispecie (dimissioni e risoluzione consensuale) sono simili e pertanto anche la risoluzione va convalidata.


Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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