lunedì 27 aprile 2015

Licenziamento annullato in caso di insubordinazione lieve

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Un lavoratore, convinto di essere vittima di una delazione, pronuncia frasi offensive nei confronti del suo diretto superiore.

Per tale ragione l'azienda apre un procedimento disciplinare a suo carico, al termine del quale, ritenendo configurata l'insubordinazione dello stesso, intima il licenziamento per giusta causa.

Ma il lavoratore impugna la decisione e la questione finisce in giudizio.

In secondo grado la Corte d'Appello, in applicazione della riforma Fornero, annulla il licenziamento e dispone la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro ed il risarcimento del danno in suo favore.

La decisione viene confermata in Cassazione.

Secondo la Corte di Cassazione infatti, il lavoratore, oltre a ritenere di essere vittima di una delazione, non ha rifiutato di svolgere la sua prestazione di lavoro e non ha contestato i poteri gerarchici del suo diretto superiore, ragion per cui il suo comportamento può essere qualificato come insubordinazione lieve.

Tuttavia il contratto collettivo applicabile al rapporto prevede, per l'insubordinazione lieve, solamente l'irrogazione di una sanzione conservativa del rapporto di lavoro.

Viceversa il licenziamento per giusta causa è previsto in caso di insubordinazione grave ed in altri casi comunque caratterizzati da particolare gravità (reati quali furto e danneggiamento, accertati con sentenza passata in giudicato).

Ne consegue la sproporzione del licenziamento intimato.

Preme evidenziare che il Jobs Act, da poco entrato in vigore, per ipotesi simili prevede ora il solo risarcimento del danno e non più la reintegrazione nel posto di lavoro.

Da questo punto di vista, dunque, possono ritenersi diminuite le tutele applicabili al lavoratore.

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Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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