lunedì 25 agosto 2014

Licenziamento - Contestazione disciplinare valida se depositata in giacenza presso l’ufficio postale

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Un lavoratore commette un reato al di fuori del normale orario di lavoro.

Il dipendente viene quindi condannato in sede penale con sentenza passata in giudicato.

L’azienda, a questo punto, apre un procedimento disciplinare a carico del lavoratore, contestandogli di aver subìto la condanna penale definitiva.

La contestazione è inviata al lavoratore mediante lettera raccomandata.

Senonchè il dipendente risulta assente, per cui la contestazione viene depositata in giacenza presso l’ufficio postale ed il lavoratore viene invitato a ritirarla.

Al termine del procedimento disciplinare l’azienda decide di intimare il licenziamento per giusta causa, il quale però viene impugnato dal dipendente.

Sostiene quest’ultimo di non aver avuto conoscenza della contestazione perché in ferie, e quindi di non essersi potuto difendere adeguatamente nel procedimento disciplinare.

Il Giudice del Lavoro accerta che l’azienda ha inviato la contestazione all’indirizzo esatto del lavoratore.

Ritiene pertanto che il diritto di difesa non sia stato violato e che il licenziamento sia legittimo, dal momento che la raccomandata, una volta spedita all’indirizzo esatto, si presume conosciuta dal destinatario.

Secondo il magistrato, inoltre, il fatto di trovarsi in ferie non giustifica la mancata conoscenza della contestazione.

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Avv. Francesco Barletta
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lunedì 18 agosto 2014

E’ illegittimo il licenziamento intimato per un’indebita richiesta di rimborso spese

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Un lavoratore chiede al proprio datore di lavoro un rimborso spese relativamente ad una trasferta in realtà effettuata da un suo collega.

L’azienda, non rilevando anomalìe, provvede a rimborsare il costo della trasferta al dipendente.

Successivamente, però, il datore di lavoro si accorge che la richiesta è indebita, appunto perché il costo è stato sostenuto da un altro lavoratore.

Apre dunque un procedimento disciplinare a carico del dipendente, al termine del quale intima il licenziamento.

Il lavoratore non ci sta ed impugna il recesso.

Tuttavia, sia in primo che in secondo grado, il Giudice del Lavoro dà ragione all’azienda, confermando la legittimità del licenziamento.

La decisione del giudice di secondo grado viene però impugnata dal dipendente e, questa volta, la Corte di Cassazione ribalta le due sentenze precedenti.

Ad avviso della Corte, infatti, sia la sentenza di primo che quella di secondo grado sono contraddittorie per quanto riguarda la motivazione.

Entrambe, in effetti, basano la legittimità del licenziamento sull’intenzionalità della condotta del lavoratore.

E ciò, nonostante nei due giudizi non sia mai stata provata la malafede del dipendente.

Rileva inoltre la Corte che il lavoratore, nella sua lunga carriera alle dipendenze del datore di lavoro (praticamente un’intera vita professionale) non si è mai reso protagonista di condotte suscettibili di essere sanzionate sul piano disciplinare.

Per queste ragioni il licenziamento intimato deve essere considerato sproporzionato rispetto alla condotta posta in essere (richiesta di rimborso spese in realtà non sostenute) e va quindi dichiarato illegittimo.
Avv. Francesco Barletta
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domenica 10 agosto 2014

Illegittimo il licenziamento del lavoratore che denuncia irregolarità aziendali penalmente rilevanti


Un lavoratore viene a conoscenza di alcune irregolarità commesse dall’azienda presso cui è impiegato.

Decide quindi di presentare denuncia penale avverso il datore di lavoro.

Alla denuncia vengono allegati alcuni documenti aziendali riguardanti la posizione lavorativa del dipendente.

Senonchè l’azienda, venuta a sapere dell’esposto, apre un procedimento disciplinare a carico del lavoratore, al termine del quale, ritenendo leso l’obbligo di fedeltà e configurata la sottrazione di documenti aziendali, intima il licenziamento.

Il recesso viene però impugnato dal dipendente.

Dopo vari gradi di giudizio, chiamata a pronunciarsi sulla questione è la Corte di Cassazione, la quale dà ragione al lavoratore.

Secondo la Corte, infatti, il denunciare un fatto in sede penale deve ritenersi lecito.

Trattasi, in effetti, di una facoltà che la legge riconosce in favore del cittadino venuto a conoscenza di fatti penalmente rilevanti.

In alcuni casi, addirittura, il cittadino è obbligato a presentare denuncia penale, come ad esempio avviene per gli esercenti le professioni sanitarie che, nello svolgimento della loro attività, vengono a conoscenza di reati.

Nella fattispecie, inoltre, la condotta del lavoratore non è idonea a ledere il rapporto fiduciario esistente tra sé ed il datore, dal momento che il dipendente deve limitarsi a svolgere il proprio lavoro, ma non ha certo l’obbligo di tenere nascosti segreti aziendali che non sono connessi alle esigenze produttive e/o commerciali dell’impresa.

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Avv. Francesco Barletta
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domenica 3 agosto 2014

Licenziamento per il lavoratore che, durante la malattia, effettua il montaggio di tende da sole

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Un lavoratore contrae malattia e per questo motivo è costretto a sospendere la sua prestazione lavorativa.

Il datore di lavoro, però, vuole vederci chiaro e, per questa ragione, contatta un’agenzia investigativa e le affida l’incarico di verificare la reale sussistenza dello stato di malattia.

Dalle indagini espletate viene fuori che il dipendente, durante la convalescenza, effettua montaggi di tende da sole in favori di terzi.

L’azienda apre quindi un procedimento disciplinare a carico del lavoratore, il quale conferma gli addebiti attribuitigli.

Viene quindi intimato il licenziamento per giusta causa.

Il dipendente, tuttavia, impugna il licenziamento sostenendo che: a) l’attività di montaggio delle tende da sole è stata effettuata solo saltuariamente; b) l’attività svolta non rientra tra quelle per cui il contratto collettivo applicabile al rapporto di lavoro prevede il licenziamento per giusta causa; c) il licenziamento è stato intimato per ritorsione.

Chiamato a decidere sulla questione è il Giudice del Lavoro il quale, in primo grado, dà ragione all’azienda.

Rileva infatti il Tribunale che l’attività posta in essere dal lavoratore è idonea a ritardare la sua guarigione.

In secondo luogo, non ha rilevanza il fatto che l’attività espletata non rientra tra quelle per cui il contratto collettivo prevede il licenziamento per giusta causa, dal momento che le condotte ivi indicate costituiscono una semplice esemplificazione e non sono tassative.

Infine, non sussiste l’elemento ritorsivo, visto che il comportamento del dipendente giustifica, di per sé solo, il licenziamento.

Il recesso è pertanto legittimo.

Vedremo se la sentenza sarà impugnata dal lavoratore e, nel caso, come si pronunceranno i magistrati.

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Avv. Francesco Barletta
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