giovedì 30 gennaio 2014

Riforma Fornero, impugnazione del licenziamento e possibile coincidenza del giudice della prima fase con quello della seconda fase

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La recente riforma Fornero ha introdotto una particolare procedura per quei lavoratori che prestano la propria attività in favore di aziende con più di 15 dipendenti, i quali intendano impugnare il licenziamento.

Dopo aver contestato il licenziamento (ad esempio con lettera raccomandata), essi dovranno proporre ricorso dinanzi al Giudice del Lavoro.

Si apre così una prima fase al termine della quale il magistrato, dopo avere ascoltato le parti ed assunto le prove ritenute necessarie, decide provvisoriamente sulla controversia mediante una ordinanza.

La parte (datore o lavoratore) che risulta soccombente in questa prima fase ha comunque la possibilità di fare opposizione avverso l’ordinanza summenzionata, introducendo così una seconda fase.

Anche in questo caso il magistrato, dopo avere ascoltato le parti ed assunto le prove ritenute necessarie, decide sulla controversia, ma questa volta lo fa con sentenza.

Ora, il punto è il seguente.

Il magistrato della seconda fase può essere lo stesso della prima fase, oppure deve essere necessariamente diverso, al fine di garantire l’imparzialità di giudizio?

La riforma Fornero al riguardo non specifica alcunché.

Tuttavia alcuni studiosi della materia ed i primi commentatori della riforma ritengono che il magistrato debba essere diverso.

Il quadro diventerà decisamente più chiaro nel momento in cui anche la giurisprudenza avrà modo di pronunciarsi sull’argomento attraverso le prime decisioni giudiziarie.

Avv. Francesco Barletta
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lunedì 27 gennaio 2014

Le ragioni del licenziamento collettivo e le tutele previste in favore dei lavoratori

Vedi anche:

Guida al Licenziamento Collettivo. Procedura, Motivi di Impugnazione e Tutela

Soluzioni, Strumenti e Rimedi Alternativi al Licenziamento Collettivo

Modulistica e Formulario per Gestire la Procedura di Licenziamento Collettivo e Impugnare il Recesso

Il datore di lavoro il quale intenda licenziare almeno 5 lavoratori nell’arco di 120 giorni è obbligato, per legge, ad attivare una particolare procedura, detta procedura di licenziamento collettivo.

E’ tenuto altresì ad osservare la procedura di licenziamento collettivo il datore di lavoro che ha chiesto ed ottenuto l’ammissione alla cassa integrazione straordinaria, il quale intenda licenziare propri dipendenti.

Scopo della procedura di licenziamento collettivo è quello di garantire e riconoscere una serie di tutele ai lavoratori coinvolti.

Durante tutta la procedura, infatti, i lavoratori sono rappresentati dai sindacati, i quali si confrontano con il datore di lavoro e cercano di individuare soluzioni alternative al licenziamento.

I lavoratori licenziati a seguito della procedura, inoltre, sono iscritti in una apposita lista regionale, la quale agevola la loro ricollocazione nel mondo del lavoro.

In alcuni casi, i lavoratori godono di una specifica indennità economica a carico dell’Inps.

Alla base del licenziamento collettivo vi deve essere una situazione di difficoltà economica.

In altre parole l’azienda, per ovviare alla crisi in cui versa, deve individuare i licenziamenti come unica via di uscita per risolvere il problema.

E’ ovvio che piccole difficoltà non possono in alcun modo giustificare i licenziamenti dei lavoratori.

Avv. Francesco Barletta
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giovedì 23 gennaio 2014

Le differenze retributive e il giudizio di impugnazione del licenziamento


Il provvedimento espulsivo, tuttavia, può essere impugnato dal lavoratore.

Ciò accade quando il dipendente ritiene che il suo allontanamento dall’azienda sia illegittimo.

Molto spesso il lavoratore non si limita ad impugnare il proprio licenziamento, ma rivendica delle pretese ulteriori.

E’ il caso, ad esempio, del dipendente che, oltre a contestare il proprio licenziamento, chiede altresì il pagamento di differenze retributive.

Qui le richieste sono due: da una parte la richiesta di accertamento dell’illegittimità del licenziamento; dall’altra la richiesta di condanna al pagamento delle differenze retributive.

Solitamente il lavoratore, nel giudizio instaurato nei confronti del datore di lavoro, propone simultaneamente le due domande.

In alcuni casi, tuttavia, questo non è possibile.

La recente riforma Fornero, infatti, ha introdotto un giudizio di impugnazione del licenziamento molto celere e spedito (almeno sulla carta) per chi è alle dipendenze di aziende con più di 15 lavoratori.

Proprio la particolare speditezza di questo procedimento, secondo alcuni commentatori della riforma, impedirebbe ai lavoratori di questa tipologia (lo si ripete, alle dipendenze di aziende con più di 15 lavoratori) di avanzare simultaneamente entrambe le richieste.

Ciò perché l’accertamento di eventuali differenze retributive ritarderebbe di molto la durata del procedimento.

Seguendo questo orientamento ne deriva che il lavoratore in questione dovrà chiedere la condanna al pagamento delle differenze retributive in un giudizio diverso da quello di impugnazione del licenziamento.

Avv. Francesco Barletta
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lunedì 20 gennaio 2014

I dati Inps 2013 confermano che oltre 200.000 lavoratori sono a rischio esuberi




Sono oltre 200.000 i lavoratori a rischio lavoro.

A lanciare l’allarme è la Cisl, dopo aver analizzato i dati Inps 2013 riguardanti i lavoratori interessati dalla cassa integrazione straordinaria e dalla cassa integrazione in deroga.

Nei primi 11 mesi del 2013 (gennaio – novembre 2013) sono state presentate 2 milioni di domande di disoccupazione e di mobilità, vale a dire + 32,5% rispetto al 2012.

Questo significa che aumenta il passaggio dalla cassa integrazione alla disoccupazione; in altre parole, sono sempre di più i lavoratori che dopo aver usufruito degli ammortizzatori sociali, non rientrano al lavoro e dunque perdono il posto.

Sempre nel 2013, le ore di cassa integrazione autorizzate sono state 1 miliardo.

In attesa di vedere cosa accadrà nel 2014, la Cisl prevede che circa il 15% degli occupati sia a rischio esuberi.

Avv. Francesco Barletta
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giovedì 16 gennaio 2014

L’impugnazione delle dimissioni rassegnate per raggiunti requisiti pensionistici

Vedi anche:



Le dimissioni rappresentano l’atto con il quale il lavoratore decide di recedere dal proprio rapporto di lavoro.

Le ragioni che spingono il lavoratore a fare questa scelta sono le più svariate.

Una tra queste è rappresentata dall’accesso al trattamento pensionistico.

In altre parole il lavoratore lascia il lavoro perché ha oramai raggiunto i requisiti per poter usufruire della pensione.

In questa maniera egli sostituisce il trattamento pensionistico al proprio stipendio da lavoratore dipendente, quale fonte di sostentamento economico.

Ma cosa succede nel caso in cui il lavoratore rassegna le dimissioni nella convinzione di aver maturato i requisiti pensionistici, mentre invece la contribuzione accumulata nel corso degli anni non è ancora sufficiente a garantirgli l’accesso al trattamento?

Può il lavoratore impugnare le proprie dimissioni sostenendo di averle rassegnate per errore, vale a dire nell’erronea convinzione di aver già maturato i requisiti pensionistici?

Secondo una parte della giurisprudenza l’errore, in questi casi, non è rilevante, per cui le dimissioni non sarebbero impugnabili né annullabili.

Se tuttavia è stato l’Istituto Previdenziale (es. l’Inps) ad indurre in errore il lavoratore, ad esempio comunicandogli l’accumulo di un numero di contributi superiore rispetto a quello reale, il dipendente potrà intentare un’azione legale contro il predetto Istituto al fine di ottenere il risarcimento del danno.

Avv. Francesco Barletta
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lunedì 13 gennaio 2014

L’indennità di mancato preavviso spettante agli eredi del lavoratore

In questo articolo esamineremo l’incidenza che il preavviso può avere sugli eredi del lavoratore.

Come noto, in diverse fattispecie di licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a dare il preavviso al dipendente.

Il diritto al preavviso è estremamente importante per il lavoratore, in quanto gli consente di programmare adeguatamente la ricerca di una nuova occupazione nella fase terminale del precedente rapporto di lavoro.

Il datore di lavoro, tuttavia, può anche decidere di non rispettare il diritto al preavviso, e dunque di licenziare in tronco il lavoratore.

In questo caso al lavoratore spetterà una specifica indennità, chiamata indennità di mancato preavviso.

La funzione dell’indennità è quella di compensare il lavoratore per non aver potuto usufruire del tempo necessario a ricercare una nuova occupazione.

Tutto questo, evidentemente, riguarda la cessazione del rapporto di lavoro dovuta a decisione unilaterale del datore di lavoro (c.d. licenziamento).

Ma cosa accade nel caso in cui il rapporto di lavoro viene a cessare per morte del lavoratore?

A cosa hanno diritto gli eredi del lavoratore e che fine fa il diritto al preavviso?

Ebbene, la legge stabilisce che gli eredi hanno anzitutto diritto a ricevere il trattamento di fine rapporto (c.d. tfr), il quale va considerato quale retribuzione differita del lavoratore.

In secondo luogo spetta agli eredi l’indennità di mancato preavviso.

Ecco dunque che il preavviso maturato in vita dal lavoratore non viene perso ma, al contrario, viene riconosciuto ai suoi eredi sotto forma di indennità di mancato preavviso.

La funzione di questa indennità è ovviamente diversa da quella cui sopra si accennava.

Essa, infatti, ha natura tipicamente assistenziale nei confronti dei soggetti che si trovano ad affrontare le difficoltà connesse con la scomparsa del lavoratore.

Avv. Francesco Barletta
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giovedì 9 gennaio 2014

In aumento le richieste di cassa integrazione in deroga, ma mancano i fondi



Ancora una volta è scontro tra Stato e Regioni riguardo alla cassa integrazione in deroga, vale a dire a quel particolare ammortizzatore sociale sempre più richiesto da piccole aziende e da imprese del settore commercio.

A fronte di un considerevole aumento delle richieste di accesso a tale sostegno (in Toscana più del doppio a novembre 2013 rispetto al mese precedente), attualmente lo Stato non garantisce alle Regioni i fondi necessari per la copertura dell’ammortizzatore.

Sempre in Toscana, in effetti, rimangono tuttora scoperte le richieste di cassa integrazione in deroga presentate da luglio a dicembre 2013.

Situazione, dunque, destinata ad aggravare ancor di più la crisi economica in cui versano le aziende.

E’ evidente, infatti, che le richieste di cassa integrazione di oggi si trasformeranno ben presto nella disoccupazione di domani.

Avv. Francesco Barletta
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giovedì 2 gennaio 2014

Cosa si intende per giusta causa di licenziamento

Vedi anche:



Il licenziamento per giusta causa può essere intimato sia al lavoratore a termine che al lavoratore a tempo indeterminato.

In entrambi i casi il rapporto di lavoro cesserà immediatamente e quindi il lavoratore non avrà diritto al preavviso.

Ma quand’è che si è in presenza della giusta causa?

Tutte le volte in cui il lavoratore tiene una condotta di gravità tale da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Tale tipo di condotta può verificarsi sia durante il normale orario di lavoro (si pensi ad esempio al lavoratore che deliberatamente danneggi i beni aziendali) che al di fuori di esso.

Dunque anche condotte inerenti alla vita privata del lavoratore possono portare al licenziamento dello stesso, qualora le stesse siano di gravità tale (es. stupro) da far venir meno la fiducia del datore di lavoro nei confronti del dipendente.

In definitiva il comportamento del lavoratore deve essere tale:

  • da scuotere la fiducia del datore;
  • da far ritenere al datore che la continuazione del rapporto di lavoro possa risolversi in un pregiudizio per gli scopi aziendali;
  • da porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa;
  • da denotare una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente gli obblighi lavorativi assunti.

Naturalmente dovrà essere il datore di lavoro a dimostrare la sussistenza degli elementi summenzionati.

Compito, a dire il vero, non facile, soprattutto nei casi in cui la condotta del lavoratore è meno grave rispetto a quelle portate ad esempio nel presente articolo.

Ed in effetti uno degli strumenti di difesa nelle mani del lavoratore consiste proprio nel sostenere l’eccessiva sproporzione tra fatto commesso e sanzione applicata.

Vedi anche:



Avv. Francesco Barletta
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