lunedì 7 luglio 2014

La decisione dell’azienda distaccataria di sopprimere la posizione lavorativa non può portare al licenziamento del dipendente distaccato



Un lavoratore viene distaccato dall’azienda A (azienda distaccante) all’azienda B (azienda distaccataria).

Senonché dopo qualche tempo l’azienda B decide di sopprimere la posizione lavorativa del dipendente distaccato.

Viene quindi intimato il licenziamento economico (o per giustificato motivo oggettivo).

Il lavoratore, tuttavia, non ci sta, e decide di impugnare l’atto di recesso.

Dopo vari gradi di giudizio, a pronunciarsi sulla questione è la Corte di Cassazione, la quale dà ragione al dipendente.

Secondo la Corte, infatti, a seguito del distacco il lavoratore, pur venendo a prestare la propria attività in favore dell’azienda B, rimane comunque alle dipendenze dell’azienda A, e deve quindi essere considerato un dipendente a tutti gli effetti di quest’ultima.

Ne consegue che i presupposti per poter intimare il licenziamento devono sussistere in capo all’azienda A e non invece rispetto all’azienda B.

Pertanto, il fatto che l’azienda B non abbia più interesse al distacco, oppure intenda sopprimere la posizione lavorativa rivestita dal dipendente distaccato, non può portare al licenziamento di quest’ultimo.

E’ l’azienda A, invece, che deve valutare, al proprio interno, se sussistono i presupposti per poter intimare il licenziamento economico (o per giustificato motivo oggettivo).

Sempre l’azienda A, inoltre, deve preliminarmente verificare se il lavoratore distaccato possa in qualche modo essere reimpiegato presso di essa (c.d. obbligo di repechage).

Solo se non ci sono posizioni lavorative disponibili per il dipendente in esubero, allora si potrà procedere con il recesso dal rapporto di lavoro.

Alla luce di questa premessa, la Corte ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore distaccato.



Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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