mercoledì 14 maggio 2014

Rischia il licenziamento il lavoratore che rifiuta il reimpiego


Decide allora di riorganizzare il proprio assetto produttivo.

In particolare viene prevista la soppressione di alcuni posti di lavoro e la conseguente esternalizzazione di tali attività presso imprese esterne.

Senonché un lavoratore rimane coinvolto da tale processo di ristrutturazione.

Il dipendente, infatti, viene a svolgere proprio una delle attività che l’azienda intende affidare all’esterno.

Il datore di lavoro, allora, verifica preliminarmente se, all’interno dell’azienda, esistono altre posizioni lavorative equivalenti a quella del lavoratore.

Ne individua quindi una corrispondente alle mansioni svolte in precedenza.

A questo punto il datore di lavoro offre al dipendente una doppia possibilità:

1) accettare la posizione lavorativa corrispondente a quella precedente, e dunque continuare a svolgere la propria attività all’interno dell’azienda;

2) oppure accettare il distacco presso una delle aziende esterne alle quali vengono affidate le attività soppresse.

Il lavoratore rifiuta entrambe le soluzioni, per cui l’azienda si vede costretta ad intimare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Il dipendente, tuttavia, impugna il recesso.

Dopo vari gradi di giudizio, a decidere sulla controversia è la Corte di Cassazione, la quale dà ragione all’azienda.

La Corte rileva infatti che la riorganizzazione aziendale è effettivamente esistente e che, in seguito ad essa, nell’azienda è venuta a mancare una posizione lavorativa adatta alla professionalità del lavoratore.

Viene inoltre accertato che il datore di lavoro ha effettivamente adempiuto al proprio obbligo di repechage, offrendo al dipendente una doppia possibilità di reimpiego.


Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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