giovedì 16 gennaio 2014

L’impugnazione delle dimissioni rassegnate per raggiunti requisiti pensionistici

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Le dimissioni rappresentano l’atto con il quale il lavoratore decide di recedere dal proprio rapporto di lavoro.

Le ragioni che spingono il lavoratore a fare questa scelta sono le più svariate.

Una tra queste è rappresentata dall’accesso al trattamento pensionistico.

In altre parole il lavoratore lascia il lavoro perché ha oramai raggiunto i requisiti per poter usufruire della pensione.

In questa maniera egli sostituisce il trattamento pensionistico al proprio stipendio da lavoratore dipendente, quale fonte di sostentamento economico.

Ma cosa succede nel caso in cui il lavoratore rassegna le dimissioni nella convinzione di aver maturato i requisiti pensionistici, mentre invece la contribuzione accumulata nel corso degli anni non è ancora sufficiente a garantirgli l’accesso al trattamento?

Può il lavoratore impugnare le proprie dimissioni sostenendo di averle rassegnate per errore, vale a dire nell’erronea convinzione di aver già maturato i requisiti pensionistici?

Secondo una parte della giurisprudenza l’errore, in questi casi, non è rilevante, per cui le dimissioni non sarebbero impugnabili né annullabili.

Se tuttavia è stato l’Istituto Previdenziale (es. l’Inps) ad indurre in errore il lavoratore, ad esempio comunicandogli l’accumulo di un numero di contributi superiore rispetto a quello reale, il dipendente potrà intentare un’azione legale contro il predetto Istituto al fine di ottenere il risarcimento del danno.

Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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