giovedì 14 febbraio 2013

Proscioglimento disciplinare e carica sindacale non salvano il dipendente dal licenziamento per giusta causa

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Un agente assicuratore, ricoprente una carica sindacale all’interno dell’azienda, viene accusato di aver trattenuto presso di sé, e dunque di non aver versato alla società datrice di lavoro, alcune somme di denaro da lui riscosse dalla clientela a titolo di premi relativi a polizze assicurative.

Viene aperto un procedimento disciplinare dinanzi all’Autorithy di vigilanza Isvap, che però si conclude con il proscioglimento dell’agente.

Ciononostante l’azienda decide di licenziare il dipendente per giusta causa.

Il lavoratore impugna la decisione in giudizio.

Sostiene che il licenziamento è illegittimo, anzitutto perché prosciolto in sede disciplinare ed in secondo luogo per la carica sindacale ricoperta (all’epoca dei fatti, infatti, il dipendente era membro del collegio dei probiviri del gruppo aziendale).

Eccepisce inoltre l’esistenza di un accordo aziendale secondo cui gli agenti che ricoprono incarichi sindacali non possono essere licenziati prima dello scadere del triennio.

In secondo grado il giudice competente dà ragione all’azienda, ritenendo illegittimo e tardivo il versamento da parte dell’agente delle somme trattenute e non convincenti le giustificazioni da lui offerte: sussiste dunque la giusta causa di licenziamento.

Avverso tale decisione il lavoratore propone ricorso per cassazione.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza 16 gennaio 2013, n.895, dà definitivamente ragione alla società datrice di lavoro.

Secondo la Cassazione, il comportamento del dipendente integra la giusta causa di licenziamento.

Al riguardo, “l’immunità sindacale” non evita il licenziamento allorchè ricorre una giusta causa.

Per quanto concerne il proscioglimento in sede disciplinare e l’accordo aziendale, anche essi non operano (e dunque non se ne può tenere conto) in ipotesi di comprovata giusta causa.


Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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