lunedì 25 febbraio 2013

La condanna per atti sessuali ottenuti con violenza giustifica il licenziamento

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La vicenda.

Un responsabile di una comunità religiosa viene condannato a 2 anni di reclusione per aver costretto con violenza delle giovani a subire atti sessuali.

Il responsabile svolge altresì attività lavorativa presso un’azienda titolare di un servizio pubblico.

L’azienda, venuta a sapere dell’episodio, decide di licenziare il dipendente, il quale però impugna il provvedimento espulsivo.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza 30 gennaio 2013, n.2168, dà ragione al datore di lavoro.

La motivazione.

Ad avviso della Corte, in genere i comportamenti tenuti dal dipendente al di fuori della sfera lavorativa non possono giustificare il licenziamento.

La questione, tuttavia, cambia nel momento in cui la prestazione lavorativa richiede un ampio margine di fiducia, oppure i comportamenti del lavoratore possono incidere negativamente sull’immagine del datore di lavoro.

Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto che la condotta del dipendente fosse connotata da un forte disvalore sociale e fosse quindi idonea ad incidere sull’immagine dell’azienda.

Ciò soprattutto per 3 ragioni:

1) l’azienda era titolare di un servizio pubblico molto diffuso sul territorio;
2) la vicenda aveva avuto molto rilievo, addirittura a livello nazionale, sugli organi di stampa;
3) il dipendente rivestiva all’interno dell’azienda una posizione elevata (capo-gruppo).

Per tali ragioni, la Corte ha dichiarato la legittimità del licenziamento.
Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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