giovedì 5 luglio 2012

Licenziamento illegittimo del sindacalista: cosa rischia il datore che non consente la reintegrazione effettiva del lavoratore

La vicenda.

Due lavoratori aventi la carica di dirigenti sindacali all’interno dell’azienda, venivano licenziati.

I lavoratori contestavano ed impugnavano il licenziamento dinanzi al Giudice del Lavoro.

Sia in primo che in secondo grado il Tribunale riconosceva le ragioni dei dipendenti, dichiarando illegittimi entrambi i licenziamenti, e contestualmente condannava l’azienda datrice di lavoro a reintegrare nel posto di lavoro i lavoratori licenziati ed a risarcirgli il danno sofferto, pari alle retribuzioni maturate dal momento del licenziamento fino alla reintegrazione.

L’azienda, a questo punto, eseguiva solo in parte la sentenza del giudice, nel senso che provvedeva a pagare tutte le retribuzioni maturate e, per evitare di essere accusata di condotta antisindacale, consentiva l’ingresso in azienda ai due dipendenti, ma solo per lo svolgimento delle loro funzioni di dirigenti sindacali.

Quanto alla prestazione lavorativa, invece, essa non veniva consentita.

Senonchè l’art.18, comma 10, dello Statuto dei Lavoratori, prevede espressamente che, in caso di licenziamento di lavoratori aventi funzioni di dirigenti sindacali all’interno dell’azienda, il datore di lavoro che non ottempera al provvedimento del giudice, è tenuto, per ogni giorno di ritardo, al pagamento in favore del Fondo adeguamento pensioni, di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Ciò porta il datore di lavoro a dover pagare due volte: la prima, sotto forma di risarcimento danno, in favore del lavoratore, per averlo licenziato illegittimamente; la seconda, sotto forma di sanzione, in favore del Fondo, per non aver consentito l’effettiva ripresa dell’attività lavorativa da parte del dirigente sindacale aziendale.

Nella vicenda, dunque, interveniva l’Inps che si rivolgeva al concessionario della riscossione coattiva, facendo emettere delle cartelle esattoriali per ottenere il pagamento della sanzione prevista dall’art.18.

Avverso tali cartelle esattoriali, la società datrice di lavoro proponeva opposizione.

La Corte di Cassazione, con sentenza 18 giugno 2012, n.9965, decidendo sulle opposizioni, condannava nuovamente l’azienda.

La motivazione.

Secondo la Cassazione, nel nostro ordinamento giuridico, qualora il datore di lavoro non voglia adempiere al provvedimento del giudice che lo condanna a reintegrare il lavoratore nel proprio posto di lavoro, non è possibile costringerlo con la forza, e dunque coattivamente.

In questo caso, evidentemente, il datore andrà incontro ad altri tipi di responsabilità nei confronti del lavoratore.

Questo, tuttavia, non impedisce l’applicazione della sanzione prevista dall’art.18.

Un conto è l’incoercibilità dell’ordine di reintegrazione (cioè l’impossibilità di costringere il datore di lavoro a reintegrare il lavoratore), dunque, altro è l’inottemperanza allo stesso, comportante appunto l’applicazione della sanzione.

Avv. Francesco Barletta
www.licenziamento-dimissioni.com

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